3 Lug 2016

Occupazione “Il Jobs Act va ma pesano fisco e burocrazia” (Corriere Economia, 4 luglio 2016)

Il commento dell’Avv. Vittorio De Luca in merito all’impatto del Jobs Act è stato riportato in un articolo scritto su Corriere Economia il giorno 4 luglio 2016.

Il giudizio degli avvocati specializzati a un anno e mezzo dalla riforma.

Positivi gli effetti. Contributi, tasse e adempimenti da ridurre.

A un anno e mezzo di distanza dall’approvazione dei primi provvedimenti del Jobs Act, il giudizio delle aziende è sostanzialmente positivo. Questo almeno è quanto risulta agli studi legali specializzati in tematiche giuslavoristiche. Interventi correttivi sono sì auspicati, soprattutto in direzione di una maggiore semplificazione della normativa, ma l’impianto complessivo della riforma raccoglie il consenso del mondo imprenditoriale.

Giudizi
«Il Jobs Act è stato mediamente valutato in modo positivo dalle aziende di tutti i settori. Un apprezzamento che peraltro non era affatto scontato, perché le aspettative delle imprese per un intervento organico e davvero riformatore erano molto alte spiega Evangelista Basile, socio di Ichino Brugnatelli e Associati. Non sono mancate critiche rispetto ad alcune “promesse” disattese, come ad esempio quelle per una semplificazione decisamente troppo timida. In particolare, ho percepito un giudizio molto positivo e sostanzialmente convergente sulle tutele crescenti e sugli sgravi contributivi alle assunzioni a tempo indeterminato: due incentivi, uno di tipo normativo e uno economico, che hanno convinto molti imprenditori a riprendere ad assumere con rapporto di lavoro subordinato».
Anche per la branche italiana dello studio inglese Simmons Simmons, «il bilancio è senz’altro positivo per la quasi totalità dei nostri clienti, soprattutto quelli internazionali spiega Davide Sportelli, responsabile del dipartimento Labour Il principale dato che emerge è quello di un mercato del lavoro rinnovato e più dinamico. Il maggiore vantaggio per le imprese con più di 15 dipendenti è senz’altro rappresentato dalla possibilità di stimare rischi economici precisi nei casi di licenziamento. In sostanza, se il licenziamento di un lavoratore assunto dopo il 7 marzo 2015 dovesse essere dichiarato illegittimo, il datore di lavoro dovrà ora sopportare rischi nettamente inferiori rispetto a quelli più gravosi di un tempo, e comunque predeterminati».

Aggiustamenti
 Il Jobs Act ha dunque reso la disciplina del rapporto di lavoro molto più adatta alle esigenze delle imprese.
Nonostante questo, «le aziende continuano ad essere spaventate dalle difficoltà create da una normativa troppo complessa, dalla scarsa flessibilità in uscita per i vecchi assunti e dalla farraginosità della normativa previdenziale e assistenziale»,
sottolinea Vittorio De Luca, managing partner di De Luca & Partners. Secondo un’indagine svolta dallo studio su un campione di oltre 200 tra amministratori delegati, generai counsel e direttori del personale, il 40% dei quali dì gruppi internazionali, le aziende apprezzano in particolare il contratto a tutele crescenti e l’esenzione’ contributiva introdotta dalla legge di Stabilità.
«Tuttavia, l’ostacolo maggiore agli investimenti e alle assunzioni continua ad essere l’elevato costo del lavoro, seguito dalle difficoltà create dalla burocrazia e da una normativa troppo complessa», aggiunge De Luca. Indipendentemente dal giudizio positivo o negativo che si può attribuirgli, il Jobs Act rappresenta ad ogni modo una riforma «di svolta». «Non vi è azienda che, almeno per qualche specifico aspetto che è stato disciplinato, non ne sia stata coinvolta», commenta Claudio Morpurgo, fondatore di Morpurgo e Associati. Tra i cambiamenti più rilevanti figurano «la soppressione dei contratti di collaborazione a progetto e la conseguente definizione più stringente dei casi di ammissibilità di quelli di collaborazione coordinata e continuativa, e di consulenza. il Jobs Act ha sia reso meno stabili i contratti con la previsione delle tutele crescenti per sanzionare i licenziamenti illegittimi sia introdotto ammortizzatori sociali rilevanti per i lavoratori disoccupati. In poche parole, seppur incompleto e spesso disarmonico, ha portato in ogni caso una ventata di rinnovamento all’interno del mercato del lavoro».

Mansioni
Stefano Trifirò, di Trifirò Partners, segnala invece la necessità di rivedere la norma dello ius variandi, ovvero la possibilità offerta alle aziende di modificare in pejus le mansioni dei dipendenti.
«Un intervento legislativo figlio della crisi, che guarda soprattutto alla conservazione dell’occupazione e non alla tutela del know how del lavoratore. Il dipendente che lavora in una posizione demansionata avrà infatti più difficoltà a ricollocarsi sul mercato. Peraltro, la riforma mal si addice alle posizioni dei dirigenti, i quali, avendo una professionalità particolarmente qualificata, difficilmente si potrebbero adattare a svolgere mansioni di profilo inferiore. Non solo, essendo la prestazione del dirigente di carattere estremamente fiduciario, il fatto stesso di pensare alla conservazione del posto a “tutti i costi” è contraria all’interesse del datore di lavoro».

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