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Licenziamenti economici: per la tutela reintegratoria non serve che l’insussistenza del fatto sia “manifesta”

Categorie: DLP Insights, Giurisprudenza | Tag: Corte Costituzionale

27 Mag 2022

La Corte Costituzionale, con la sentenza 125 depositata il 19 maggio 2022, si è pronunciata sul comma 7 dell’art. 18, della legge n. 300/1970 quando, in caso di licenziamento per giustificato motivo oggettivo, riconosce la tutela reintegratoria solo se venga accertata la “manifesta insussistenza” del fatto posto a base del recesso.

Nello specifico, la Consulta ha dichiarato costituzionale illegittimo il predetto comma, limitatamente alla parola “manifesta”. Al fatto posto a base del licenziamento, ha precisato la Corte, si deve “ricondurre ciò che attiene all’effettività e alla genuinità della scelta imprenditoriale”. Su questi aspetti il giudice è chiamato a svolgere una valutazione di mera legittimità che non può “sconfinare in un sindacato di congruità e di opportunità” (cfr sentenza n. 59 del 2021).

Il requisito della manifesta insussistenza, continua la Corte, è indeterminato e si presta, proprio per questo, a incertezze applicative, con conseguenti disparità di trattamento. La sussistenza di un fatto è nozione difficile da graduare, perché evoca “un’alternativa netta, che l’accertamento del giudice è chiamato a sciogliere in termini positivi o negativi”.

Il criterio della manifesta insussistenza, spiega la sentenza, “risulta eccentrico nell’apparato dei rimedi, usualmente incentrato sulla diversa gravità dei vizi e non su una contingenza accidentale, legata alla linearità e alla celerità dell’accertamento”.

Nelle controversie in materia di licenziamenti per giustificato motivo oggettivo si è in presenza di un quadro probatorio articolato. Infatti, le parti, e con esse il giudice, oltre ad accertare la sussistenza o insussistenza di un fatto, che è già di per sé un’operazione complessa, si devono impegnare “nell’ulteriore verifica della più o meno marcata graduazione dell’eventuale insussistenza”. Vi sarebbe, dunque, un “aggravio irragionevole e sproporzionato” sull’andamento del processo. All’indeterminatezza del requisito si affiancherebbe così una irragionevole complicazione sul fronte processuale.

La Corte Costituzionale ha, dunque, individuato uno squilibrio tra i fini che il legislatore si era prefisso (consistenti in una più equa distribuzione delle tutele, attraverso decisioni più rapide e più facilmente prevedibili) e i mezzi adottati per raggiungerli.

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