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13 Jan 2016

Usare la mail aziendale per scopi privati: si rischia il licenziamento? (Donna Moderna, 14 gennaio 2016)

Un ingegnere romeno è stato licenziato per aver usato l’account aziendale per scambiare email private. Ha fatto ricorso alla Corte Europea e i giudici gli hanno dato torto. Quindi anche in Italia sarebbe possibile essere licenziati se mandiamo mail private dall’ufficio?

Un lavoratore romeno di una ditta privata, un ingegnere di Bucarest, è stato licenziato per aver usato l’account aziendale per scambiare email con il fratello e con la fidanzata. L’ex dipendente si è rivolto alla Corte europea per i diritti dell’uomo per invocare la prevalenza del rispetto della privacy e delle comunicazioni online e quindi per essere reintegrato.
I giudici di Strasburgo, così come quelli del suo Paese, gli hanno dato torto. È vero che la vita privata e ogni forma di corrispondenza sono tutelate dalla Convenzione dei diritti dell’uomo. Ma un’intrusione di portata limitata è stata ritenuta compatibile con la stessa Carta. “Non è irragionevole – secondo i magistrati Ue – che un datore di lavoro voglia verificare se durante l’orario di servizio un dipendente svolge i compiti assegnati”. Comunque i contenuti delle email “incriminate”, lette in buona fede dal datore di lavoro tra il 5 e il 13 luglio 2007, non sono stati mai resi pubblici né rivelati nelle cause trattate in Romania.
Provvedimento drastico, ma i controlli sono leciti
Un abuso o una prassi ordinaria? “Non ho ancora visto la sentenza integrale – commenta il segretario generale della Cgil di Bari, Giuseppe Gesmundo – e non conosco bene il diritto del lavoro romeno. Magari per quel Paese non è neanche il primo caso. Quello che mi colpisce di più, dalle informazioni giornalistiche, è che si sia arrivati al licenziamento per email private scambiate nell’arco di pochi giorni. Letto così, sembra un provvedimento drastico, eccessivo, fuori misura, che in Italia non vedremmo di sicuro. Invece, il fatto che un imprenditore verifichi i propri account – osserva il dirigente sindacale – non mi stupisce. Anzi. I controlli vengono fatti e sono leciti, se rientrano nel perimetro tracciato dal Garante della privacy e dalle norme. Cosa diversa, gravissima e inaccettabile, sarebbe andare a spiare le comunicazioni che passano da account personali e riservati dei dipendenti”.

Il dipendente deve sapere che l’azienda può controllare il computer
“Il datore di lavoro – concorda l’avvocato torinese Corrado Guarnieri, presidente dell’Associazione giuslavoristi italiani di Piemonte e Valle d’Aosta – può vedere in ogni minuto che cosa c’è nell’account aziendale. L’importante è che i dipendenti ne siano informati e consapevoli. È come avere un carabiniere dietro le spalle”.

L’azienda può controllare anche i cellulari
“Se i cellulari affidati ai singoli collaboratori sono intestati alla ditta – continua il legale – è possibile monitorare il traffico attraverso le bollette e i tabulati che riportano le singole chiamate e le prime cifre dei numeri contattati: per quelli che non tornano, al lavoratore potrebbero essere richieste spiegazioni e giustificazioni”. 

L’azienda deve avere un vademecum scritto
Per evitare equivoci, contestazioni e provvedimenti punitivi – da quelli più blandi alla perdita del posto – Guarnieri dà un suggerimento, ricordando quanto è previsto dal Garante della privacy dal 2007. Gli imprenditori hanno l’onere di indicare quale sono le modalità di utilizzo corretto degli strumenti tecnologici messi a disposizione di impiegati e tecnici e in che modo vengono effettuati i controlli leciti. “In ogni azienda – evidenzia l’esperto – ci dovrebbe essere un disciplinare interno scritto, da tenere aggiornato, con le istruzioni per l’uso di internet, smartphone, pc e portatili, tablet. Se non esiste, il personale lo chieda. .A voce, riguardo a concessioni e eccezioni, si possono dire tante cose. Quando sorgono problemi, il vademecum fa testo”.

Ogni caso va valutato a sé con elasticità
Smanettare su internet non è in genere permesso, se non per ragioni professionali. Perdere tempo sui social neppure. L’uso promiscuo di un telefonino, invece, può essere concesso. “Poi – osserva il legale – ci vorrebbe un po’ di buon senso da parte di tutti, con un minimo di tolleranza e elasticità”.  Mandare una mail urgente alla
scuola del figlio, per una questione non altrimenti risolvibile, non è come navigare in siti porno dalla scrivania dell’ufficio. Scaricare un file musicale una tantum è meno grave del rastrellare abitualmente in rete film in prima visione. Alcuni abusi generano spese aggiuntive, altri sono a costo zero.

Le punizioni devono essere proporzionate
Le punizioni, sempre secondo l’esperto, dovrebbero “essere correlate alla quantità e qualità delle violazioni del disciplinare graduali e proporzionate: si parte da richiami orali e scritti, il licenziamento è l’ultimo gradino”.

I dipendenti pubblici commettono un reato penale
Il caso romeno riguarda il settore privato, ma la questione investe in pieno anche i dipendenti pubblici. Guarnieri non vuole entrare nei dettagli né nell’eterno didibattito su lassismo, privilegi, abusi. “Oltre alle conseguenze disciplinari – dice il giuslavorista – per loro ci sono quelle penali e contabili. Rischiano la denuncia per peculato e un procedimento davanti alla Corte dei conti”.”Tanto rumore
per nulla”, sintetizza l’avvocato Vittorio De Luca, tornando all’ingegnere romeno. “L’account di posta elettronica assegnata a un dipendente per lo svolgimento dell’attività lavorativa ha sì carattere personale, ma tale ‘personalità’ non significa ‘privatezza'”. 

Source:

Donna Moderna

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